“Il lavoro è dunque la misura reale del valore di scambio di tutte le merci.”

La ricchezza delle Nazioni è un testo che andrebbe non solo letto, ma digerito, interpretato e approfondito. Un pò come Il Capitale, è un testo che fa parecchia macroeconomia per poi scendere nel dettaglio, arrivando a sostenere ad esempio, la diversa sussistenza del lavoratore a seconda del tipo di società in cui è inserito (liberale o stazionaria).

In questo caso il masterpiece di Smith è un pretesto per chiederci quale sia per noi il reale peso della ricchezza. In passato ho parlato di unità oraria e della nostra facoltà di incrementare la nostra produttività ed efficacia/efficienza (grazie ad un nostro caro utente la differenza è stata spiegata ed è assodata). Tutti quindi si ridurrebbe alla nostra capacità di fare più cose in meno tempo, mantenendo lo stesso grado di qualità e di soddisfazione di committenti e clienti.

Ma che valore diamo alla ricchezza? Dove punteremo quando, svegliandoci una mattina, ci accorgeremo di non essere abbastanza ricchi? E dove ci si può fermare? Dov’è “Abbastanza”?

C’è chi intende abbastanza come il grado di ricchezza tale da poter permettere all’interessato di non lavorare più per tutto il resto della sua vita. E’ un punto di vista interessante ma credo, se non utopistico, altamente rischioso e sbilanciato.

La ricchezza globale infatti va prodotta, sostenuta e stimolata. Oggi assistiamo a diversi tipi di disequazioni riguardanti l’essere o non essere ricco, e coloro che accumulano ricchezza tanto da non doverne più produrre sono decisamente pessime variabili per la nostra società.

Dunque non accettiamo la tesi dell’arricchirsi per non lavorare. Continuiamo a battere la strada dell’arricchimento intelligente, ovvero destinato a coordinarsi con i tempi e modi del nostro vivere.

Sta a noi sapere diventare ricchi, senza attendere l’eredità o il colpo di fortuna al gratta e vinci.

La nostra ricchezza, una piccola quota della ricchezza delle Nazioni, va costruita giorno per giorno, secondo una funzione graduale, con eventuali “picchi” che non altro che il risultato della nostra produttività.